«Lolita, luce della mia vita, fuoco dei miei lombi. Mio peccato, anima mia. Lo-li-ta: la punta della lingua compie un percorso di tre passi sul palato per battere, al terzo, contro i denti. Lo. Li. Ta.»
Dopo il lungo periodo di cui ho parlato in questo articolo, come ho detto, ho avuto delle relazioni. Non entrerò troppo nel merito delle stesse. Mi limito a dire che tra l’una e l’altra ho continuato le mie frequentazioni a pagamento. Vorrei poter dire di aver tenuto fede al proposito iniziale di non averne da impegnato, ma durante la relazione più lunga qualche incontro mi è scappato. Posso dire a mia discolpa soltanto di aver preso, in questi frangenti, le massime precauzioni igienico-sanitarie. In diversi casi sono giunto persino a incontrare facendomi praticare soltanto della masturbazione.
La escort di cui parlerò in questo articolo non ha esercitato con il nome Lolita, ma la chiamerò così. L’ho conosciuta sul finire della mia relazione più lunga.
Credo che l’Humbert di Nabokov l’apprezzerebbe e converrebbe che è (era) una vera e propria ninfetta. Sebbene fosse ben più che maggiorenne, sia chiaro. Mi risulta sia venuta in Italia (dalla Russia) già dopo aver compiuto i 20 anni, ma essendo io impegnato ero un po’ distante dal “mondo” degli annunci e ho perso i passaggi dei primi due anni.
Quando l’ho vista per la prima volta è stata per me una folgorazione: alta circa 165 cm, forme perfette, con seno a coppa di champagne, taglia di reggiseno probabilmente una seconda, capelli di media lunghezza un po’ mossi che ha avuto nei suoi vari passaggi di diversi colori, li ricordo castano scuro oppure castano chiaro tendente al rosso, viso carino con guance rotondette e leggerissimamente cascanti che nella loro imperfezione la rendevano più terrena, apparecchio dentale. E con quella maledetta luce negli occhi che solo le ninfette hanno. Come nella Lolita di Nabokov c’era infatti in lei qualcosa di diabolico: il modo in cui ti protendeva le mani all’atto di riceverti, il modo in cui ti guardava e sorrideva, tutto era improntato a una deliberata recitazione infantile, atta a sedurti.
Lo ammetto: ho ceduto facilmente e totalmente al suo fascino e mi sono lasciato sedurre.
L’ho vista alla prima occasione una sola volta. Poi l’ho rivista l’anno successivo, quando ero ormai single, un numero infinito di volte. Durante le poche settimane in cui è stata in visita nella mia città sono stato da lei almeno 2 o 3 volte a settimana. Le ho lasciato gran parte della mia quattordicesima quell’anno, e devo dire che non me ne pento assolutamente. Inutile entrare nei dettagli: abbiamo fatto tutto il fattibile, ma più di qualsiasi pratica ciò che mi resterà per sempre impresso saranno i nostri lunghi baci appassionati. Il suo impegno e dedizione nel soddisfare il cliente era quasi commovente.
Poi c’è stata la pandemia di COVID-19 e per due anni non l’ho vista; le ultime due volte sono state lo scorso anno.
La prima volta ho potuto appurare che la ninfetta non c’era più, era stata sostituita definitivamente da una donna adulta. Fisicamente e in viso un po’ appesantita, ma l’indicatore più palese era la mancanza di quella luce negli occhi. E’ stato comunque bello, e ho baciato e leccato con passione ogni centimetro del suo corpo, avrei voluto mangiarla.
La seconda volta tutto è finito. Lei mi è sembrata fisicamente dimagrita rispetto la precedente visita, ma anche stanca, diversa; qualcosa era cambiato per sempre, come se la magia fosse finita. Uscito dalla camera le ho detto addio nella mia mente e ho deciso che, anche se in futuro tornerà nella mia città, non la rivedrò mai più.
In questo modo, sarà nella mia memoria per sempre la mia Lolita. Mi spiace non poterti consegnare all’eternità ma soltanto al racconto in questo umile e patetico blog, ad ogni modo per terminare di nuovo con le parole di Nabokov con cui ho iniziato:
«E questa è la sola immortalità che tu e io possiamo condividere, mia Lolita.»
Immagine di copertina: William-Adolphe Bouguereau. Before The Bath. 1900