Tracciare un punto di vista femminista sulla questione del sesso a pagamento è un’operazione quanto mai complessa. E’ un tema che ha spaccato in due il movimento fin dai tempi delle cosiddette “guerre sessuali femministe”, che furono un dibattito intorno la sessualità, la rappresentazione dell’erotismo, la pornografia, la prostituzione ed altre questioni sessuali, avvenuto tra la fine degli anni ’70 e l’inizio degli anni ’80. Vediamo molto sinteticamente quali furono i differenti punti di vista.
Femminismo antipornografia o sessuale negativo
Da un lato molte femministe ritenevano l’industria del sesso un esempio di sfruttamento delle donne da parte degli uomini. Tra le più agguerrite di questa fazione abbiamo Catharine MacKinnon, autrice di Sexual Harassment of Working Women (1979), e Andrea Dworkin, autrice di Pornography. Men Possessing Women (1981) e Intercourse (1987). Entrambe le donne hanno visto il dominio sessuale maschile come la radice di ogni male per le donne. Esse condannavano la pornografia, la prostituzione ed altre forme di potere sessuale maschile. Chiedevano quindi che le leggi limitassero sia la pornografia che la prostituzione.
Femminismo contro la censura o sessuale positivo
Dall’altro lato le femministe sessopositive vedevano la pornografia e la prostituzione come un mezzo di espressione sessuale femminile. Costoro vedevano le idee radicali sulla sessualità come a loro volta discriminatorie e opprimenti. Una delle femministe sessopositive, Ellen Jane Willis, affermò: «Come abbiamo visto, l’affermazione che “la pornografia è violenza contro le donne” era il codice per l’idea neo-vittoriana che gli uomini vogliono il sesso e le donne lo sopportano».
La spaccatura tra queste concezioni è presente tutt’oggi, se si considera che nazioni come la Nuova Zelanda e quelle del Nord Europa (Svezia, Finlandia, Norvegia, Islanda) sono tra le più avanzate dal punto di vista del raggiungimento della parità di genere, ed hanno approvato in materia leggi definibili femministe, leggi che sono però tra di loro esattamente agli antipodi.
Il mio punto di vista
Rispondendo ora alla domanda iniziale: perché mi considero femminista? Se il femminismo è definito come il movimento volto alla conquista della parità di genere tra uomo e donna, come ci si può non definire femministi? Come abbiamo visto non è però possibile essere d’accordo con ogni voce femminista: in determinati casi vi sono infatti contraddizioni anche fortissime (ha senso oggi parlare infatti di femminismi più che di femminismo).
La mia personale opinione è che si possa, e anzi si debba, tentare di trovare un punto di incontro tra le due istanze. Io credo sia illiberale vietare certe espressioni e che partire dal presupposto una donna sia vittima a prescindere sia discriminatorio verso la donna stessa. Allo stesso tempo quando sento una attivista pro-sesso o una sex worker affermare che la pornografia o la prostituzione non oggettifica sessualmente la donna perché la donna diventa soggetto sessuale resto alquanto perplesso. Eppure, si parla di oggettificazione sessuale anche per l’uso nei media del corpo delle donne (film, pubblicità). Queste donne non vengono (spero) costrette e quindi sono anch’esse soggetti. Ma l’oggettificazione sessuale non si riduce, a mio avviso, allo stupro, è un concetto un po’ più ampio. Negare che vi sia una quota di oggettificazione sessuale nel sesso a pagamento mi sembra un arrampicarsi sugli specchi.
Sintesi tra le istanze e battaglia culturale
Perché si deve essere sempre così estremizzanti nei confronti di una realtà? Sono convinto si possa benissimo e coerentemente sostenere che da un lato non vi dovrebbe essere nulla di criticabile in una donna che desideri fare pornografia o prostituirsi (così come nei confronti di un uomo che voglia fruirne), ma che allo stesso tempo lo squilibrio di genere in questo campo è alimentato da disparità culturali che hanno poi anche gravi ripercussioni, e di questo è bene essere consapevoli. Non paladini ed ancelle del patriarcato quindi, ma neppure della lotta femminista. Il che non significa non ci si possa sentire vicini al femminismo, però trovo che l’azione in sé del prostituirsi o del pagare il sesso non possa essere definita come particolarmente “femminista”. Tutto qui.
Tra la prostituta nigeriana che si prostituisce per 20€ a prestazione e la prostituta di lusso che lo fa per 1.000€, non vi dovrebbe essere alcuna differenza dal punto di vista della stigmatizzazione (e invece purtroppo temo vi sia, e ai danni del soggetto più debole). Vi è solo una differente posizione nella scala dello sfruttamento del divario sesso/denaro. La seconda, da vittima, diventa una “complice” dell’uomo a tutti gli effetti. Anche la squillo di lusso, così come il suo cliente, non sono a mio avviso soggetti da additare, beninteso. Resta però il fatto che è anche da questi rapporti di potere esistenti tra i generi che traggono origine fenomeni gravissimi come la violenza di genere. I soprusi di cui le donne sono vittime sono infatti per lo più di natura sessuale e riproduttiva. Attenzione: non sto asserendo che il sesso a pagamento sia origine della violenza di genere ma che abbiano delle radici culturali comuni. Il sesso a pagamento non è violento di per sé ma il suo sfondo è comunque innegabilmente quello della reificazione dei corpi delle donne. Approfondirò questo concetto in altra sede, perché ci sarebbe tanto da dire.
Conclusioni
Scardinare questi equilibri di potere non è a mio avviso un qualcosa che si possa ottenere con delle leggi proibizioniste, che non fanno altro che tentare di soffocare gli effetti senza agire in alcun modo sulle cause reali. Quello che occorre è, invece, un cambiamento culturale che agisca in profondità e alla radice sugli stereotipi di genere. Cambiamento che dipende tanto dalle donne quanto dagli uomini. Purtroppo, la risposta maschile alla questione della parità di genere, o per lo meno quella voce – antifemminista e reazionaria – che più si fa sentire , è quanto mai sconfortante. Ma ne parleremo in un prossimo articolo.
Immagine di copertina: Eugène Delacroix. La Liberté guidant le peuple. 1830