Gli eventi di cronaca dello scorso anno mi spingono a riflettere sulla violenza di genere e sui femminicidi. Questo tema si ricollega al mio precedente articolo, che si chiedeva tra le righe se prostituzione e violenza di genere siano equivalenti.
I femminicidi avvenuti nel 2023
L’Osservatorio Nazionale Femminicidi Lesbicidi Trans*cidi di NUDM riporta 120 donne uccise o suicidate per motivazioni di genere nel 2023: https://osservatorionazionale.nonunadimeno.net/anno/2023.
Accettando questo dato senza entrare in sterili confronti numerici, desidero avanzare alcune considerazioni. La definizione di femminicidio non è ufficiale, il che genera dati variabili. Non è utile quindi impelagarsi nella definizione ufficiale, ma piuttosto concentrarsi su riflessioni più ampie.
Prima di tutto partiamo dal presupposto che il problema esista e sia grave, questo non è e non vuole essere un articolo negazionista. Vorrei commentare alcuni punti che in questi ultimi mesi mi sono saltati particolarmente agli occhi, e sono tanti.
Il patriarcato
Spesso si afferma che i femminicidi e, più in generale, la violenza di genere siano problemi strutturali. Questi fenomeni sono legati a una società di matrice patriarcale. Ritengo che in linea di massima questo concetto sia corretto. Viene spesso detto anche che è un’emergenza. Questa cosa non ha alcun senso, le due affermazioni sono in totale contraddizione. Come può un problema strutturale essere un’emergenza? Non esiste un’emergenza, nonostante l’opinione pubblica possa pensarlo sotto l’influenza di un forte bombardamento mediatico. I dati italiani sono stabili da decenni e tra i più bassi in Europa. Certo, è urgente intervenire, sono d’accordo, ma non perché la situazione sia emergenziale, ma in quanto endemica. Ritengo importante questa distinzione, perché differenti sono i provvedimenti da prendere nei due casi.
Figlio sano del patriarcato?
Un altro argomento molto gettonato è quello secondo cui l’uomo che uccide una donna non è un mostro ma un figlio sano del patriarcato. Se non vado errato si tratta di uno “slogan” coniato proprio dalla succitata associazione NUDM. Per quanto ne comprenda il senso trovo abbastanza pericoloso e quasi paradossalmente giustificativo etichettare simili gesti come dei “prodotti sani” della nostra cultura. Il “patriarcato” è astratto e impalpabile. Non ci sarà mai un cambiamento culturale così netto da permettere di parlare di un “figlio malato”, se non è già accaduto.
A mio avviso, dovremmo iniziare ora, non per assolvere gli autori di femminicidi, ma per sottolineare che le loro azioni non riflettono la nostra cultura. Non riconoscere i cambiamenti dalla fine del “delitto d’onore” (43 anni fa) e supporre che la nostra cultura approvi tali gesti sembra fuori tempo e illogico. Troverei più appropriato qualcosa come “figlio degenere di una cultura patriarcale in via di disfacimento”, ma capisco che come slogan non funzioni altrettanto bene.
Un problema solo maschile?
Un altro tema ricorrente è quello secondo cui si tratta di un problema solo maschile, che riguarda tutti gli uomini e che dovrebbero risolvere gli uomini. Questa parte non la comprendo proprio. Lasciamo da parte le generalizzazioni. Ammettiamo per un momento che tutti gli uomini possano essere affetti da qualche forma di sessismo, il che potrebbe essere vero. Si richiede quindi agli uomini di prendere consapevolezza del loro essere violenti e di smettere di esserlo. Come cosa trovo faccia abbastanza ridere i polli, è come dire che i ladri dovrebbero prendere consapevolezza che non sta bene rubare.
Se il problema della violenza di genere è sociale, allora la società include uomini e donne. Le donne, pur essendo spesso vittime, hanno una responsabilità pari a quella degli uomini. Sta anche alle donne l’abbattimento degli stereotipi sessisti. Non alimentare il maschilismo tossico con i loro gusti, ad esempio. Evitare di porsi nella posizione di premio e trofeo. Non sfruttare il proprio maggiore potere sessuale per trarne benefici (economici, sociali, di impegno nelle relazioni).
Le motivazioni psicologiche
Sono inoltre in disaccordo che la matrice patriarcale sia l’unica e sola chiave di lettura. Anche se la radice ultima è spesso patriarcale, concentrarsi eccessivamente su questo tema rischia di appiattire il discorso. E’ necessario un approccio più complesso e variegato.
In particolare, ritengo non si dia il giusto peso al tema del benessere psicologico. Esaminando i casi riportati da NUDM saltano all’occhio molti casi in cui la persona aveva precedenti di disturbi psicologici o addirittura psichiatrici. Non sono uno specialista del benessere mentale, ma sembra ci sia una correlazione tra femminicidi e disturbi depressivi o narcisistici. Alcuni casi di “omicidi/suicidi” sono inoltre dettati dalla disperazione verso partner gravemente malati.
Esaminare le motivazioni degli assassini, nei 120 casi, non serve a giustificare i delitti, ma è utile per capire dove intervenire.
Stigma sull’introversione
Credo sia importante che non si alimenti con l’occasione il già pesante stigma sull’introversione e sul “bravo ragazzo”, come mi è capitato di vedere di fare. In questo delirante articolo uno specialista afferma che i “farfalloni” ucciderebbero meno facilmente in quanto “meno vulnerabili nei confronti del pericolo dell’abbandono”. Sono evidentemente sfuggiti all’eminente prof. Alessandro Meluzzi i tanti casi di femminicidi commessi da uomini infedeli e farfalloni e ha creato una diagnosi e una statistica basandosi su un unico caso: quello che la cronaca e i social network hanno dato in pasto all’opinione pubblica negli ultimi mesi.
Show mediatico
Una delle cose che più mi indigna sull’argomento è lo show mediatico e il business che si generano intorno questo tema. In questo articolo volutamente non ho citato neppure il nome di una vittima né di un assassino: ritengo inutile l’attenzione morbosa che ben specifici casi ricevono, ovvero quelli che fanno più audience.
Direzioni possibili di un cambiamento
“Non ci si uccide per amore di una donna. Ci si uccide perché un amore, qualunque amore, ci rivela nella nostra nudità, miseria, inermità, amore, disillusione, destino, morte.” (Cesare Pavese)
Le strade per affrontare e ridurre i femminicidi sono molteplici e complesse. Un primo passo fondamentale è riconoscere la pluralità delle cause, andando oltre la semplice dicotomia tra “patriarcato” e “disturbo individuale”. Serve un approccio integrato che comprenda sia interventi a livello culturale e sociale, sia una maggiore attenzione al benessere psicologico e ai contesti relazionali. In tal senso, un’educazione affettiva nelle scuole che insegni il rispetto reciproco e la gestione dei conflitti potrebbe rappresentare una misura preventiva importante. Parallelamente, è necessario un inasprimento delle pene e un rafforzamento delle politiche di protezione per le donne a rischio, ma con la consapevolezza che il giustizialismo da solo non basta: occorre anche un sostegno concreto alle vittime, sia in termini economici che psicologici.
È altrettanto cruciale considerare l’importanza dei centri per la rieducazione degli uomini violenti e maltrattanti. Queste strutture offrono percorsi di recupero per coloro che hanno perpetrato violenza, aiutandoli a comprendere e affrontare le cause profonde del loro comportamento, per ridurre la recidiva e favorire un cambiamento reale. Programmi di questo tipo, basati su modelli psicoterapeutici e di educazione al rispetto, possono rappresentare una via complementare alle punizioni tradizionali, intervenendo sulle radici del problema anziché limitarsi a contenerne le conseguenze.
Infine, non bisogna dimenticare il ruolo dei media. L’attenzione morbosa e spettacolarizzante verso i casi più eclatanti rischia di trasformare le vittime in mere cifre e di alimentare narrazioni tossiche. Serve una comunicazione più responsabile, che metta al centro non solo il racconto dei fatti ma anche l’analisi delle dinamiche sociali e psicologiche che li alimentano, senza cadere in semplificazioni dannose. Il cambiamento deve partire da una riflessione collettiva e condivisa che coinvolga uomini e donne, ciascuno per la propria parte, in un processo di trasformazione culturale profondo.
In questo senso, la citazione di Pavese, che ho inserito all’inizio di questo paragrafo, pur riferendosi all’amore come dimensione personale, ci ricorda la complessità dei sentimenti umani e il loro potenziale distruttivo. La violenza non nasce da un amore autentico, ma dall’incapacità di confrontarsi con le proprie fragilità e con il rifiuto di accettare la vulnerabilità che l’amore, in tutte le sue forme, inevitabilmente svela.
Immagine di copertina: Eugène Delacroix. La Mort de Sardanapale. 1827